Gli stipendi italiani, falcidiati a marzo dall’inflazione

Pubblicato da il 24 aprile 2012 17:39
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Ennesima stangata per il potere d’acquisto degli italiani. Stavolta, sono gli stipendi ad essere nuovamente sotto attacco, come certifica l’Istat. L’istituto di statistica, infatti, afferma che a marzo la forbice tra l’aumento delle retribuzioni contrattuali orarie (+1,2%) e il livello d’inflazione (+3,3%), su base annua, ha toccato una differenza di 2,1 punti percentuali, il divario più alto dall’agosto del 1995, quando era di 2,4 punti percentuali. Il dato è dovuto al rallentamento delle retribuzioni contrattuali orarie, che sono rimaste ferme ai livelli di febbraio e in crescita dell’1,2% su base annua: anche in questo caso era da molti anni che non si verificava un valore simile, esattamente dal 1983, quando iniziarono le serie storiche ricostruite dall’Istat. I settori che a marzo hanno goduto (si fa per dire) degli incrementi tendenziali maggiori sono tessile, abbigliamento e lavorazione pelli (2,9%), chimiche, comparto di gomma, plastica e lavorazioni minerali non metalliferi e quello delle telecomunicazioni (2,7% per tutti i comparti). A questo dato va aggiunto quello che riguarda lo stop dei rinnovi contrattuali. Sempre per l’Istat, infatti, a marzo, risultano in attesa di rinnovo 36 accordi contrattuali, di cui 16 appartenenti alla pubblica amministrazione, che fanno riferimento a circa 4,3 milioni di dipendenti (circa 3 milioni nel pubblico impiego): il 32,6% della forza lavoro. Sono dati molto preoccupanti, ma sembra che interessino poco ad un governo che doveva essere innovativo e che invece sta spremendo gli italiani come quelli che lo hanno preceduto, a suon di tasse, senza minimamente curarsi di quello sviluppo che doveva caratterizzare la fase due.